Lo scorso 4 marzo 2019 presso la sede del Parlamento Europeo a Milano si è tenuto il convegno Women & Digital Jobs in Europe, organizzato da Women&Tech, durante il quale è stato presentato l’instant book, che riporta i contributi di diverse manager, imprenditrici, professioniste e politiche sul tema diversità di genere nel digitale in Italia e in Europa.

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Le donne rappresentano il 52% della popolazione europea, ma solo il 62,4% di queste lavora (in Italia questa percentuale scende al 49%). Delle donne lavoratrici europee, solo il 15% lavora nel settore ICT. Se si pensa che nel prossimo futuro (ma in realtà è già presente) i posti di lavoro saranno sempre più digitali, si capisce la gravità del fenomeno. Basti pensare che a livello europeo ci sono circa 600 mila posti di lavoro vacanti nelle ICT e il 40% delle imprese fatica a trovare specialisti in ambito digitale.

 Il quadro di valutazione delle donne nel digitale nella Commissione Europea evidenzia che:

  • solo uno su sei specialisti ICT è donna
  • solo uno su tre laureati STEM è donna
  • le donne nelle ICT guadagnano quasi il 20% in meno degli uomini
  • un maggior numero di donne nel mercato del lavoro digitale potrebbe creare un incremento del PIL annuale di 16 miliardi di euro nell’UE.

Più donne nel digitale significa, non soltanto un vantaggio economico, come evidenziato dalla ricerca europea, ma maggior meritocrazia e democrazia. Infatti è ormai dimostrato da diverse analisi che anche l’intelligenza artificiale risente dei bias di genere e culturali. Se gli algoritmi non sono “istruiti” da gruppi eterogenei di tecnici informatici (donne e uomini appartenenti anche a gruppi di interessi diversi) questi replicheranno i pregiudizi di chi li ha programmati.

Londa Schiebinger è professoressa di storia della scienza all’università di Stanford e dirige il progetto Gendered Innovations in science, health and medicine, engineering and environment, finanziato dalla Commissione Europea, dalla Nsf (National science foundation) e dall’università di Stanford. Lo scorso luglio, assieme al collega James Zou, ha pubblicato un articolo di commento su Nature intitolato “L’intelligenza artificiale può essere sessista e razzista: è ora di renderla equa”. I programmi di intelligenza artificiale sono macchine alimentate con i big data che tutti noi produciamo ogni giorno. Se questi sono intrisi di biases, anche gli algoritmi lo saranno, rispecchiando esattamente ciò che gli viene insegnato.

Per questo è importante avere più donne nei lavori digitali, in particolare dell’intelligenza artificiale e dei big data. 

Come possiamo raggiungere più parità di genere nei lavori digitali? Le vie di uscita, proposte da Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’economia e la società digitale, sono sostanzialmente tre, di seguito spiegate.

1) Combattere gli stereotipi di genere e promuovere role models

La scarsità di role models rappresenta un ostacolo significativo allo sviluppo di consapevolezza nelle ragazze delle potenzialità delle carriere STEM e quindi dell’importanza degli studi in tali ambiti. Ci sono  pochi esempi di donne che fanno una carriera di successo nelle ICT. Tale situazione è ulteriormente aggravata dalla rappresentazione stereotipata delle donne nei film, nella TV, nei libri scolastici e nei social media.

Da una ricerca svolta dalla piattaforma europea delle autorità di regolamentazione (EPRA) sulla rappresentanza delle donne nel settore dei media audiovisivi europei, è emersa una sottorappresentazione generale delle donne, sia in scena che dietro le quinte. E quando appaiono nello schermo, le donne hanno meno probabilità di apparire come esperte ed autorevoli.

2) Promuovere la formazione STEM tra le ragazze

Le competenze digitali sono importanti come saper leggere, scrivere e fare matematica. Sono un linguaggio universale che sarà sempre più importante nelle nostre vite e del quale nessuno potrà rimanere analfabetizzato.

A livello europeo, emerge che per ogni 1000 donne che si diplomano nell’istruzione terziaria nell’UE, solo 24 si sono laureate nei settori correlati alle ICT e solo 6 finiscono per occupare posti di lavoro in questo settore.

Affinché le ragazze intraprendano studi STEM, in particolare nel campo dell’informatica, è fondamentale abbattere gli stereotipi persistenti sugli studi “adatti” alle ragazze e ai ruoli delle donne, all’inizio del ciclo educativo. Spesso sono le famiglie stesse ad indirizzare le figlie verso studi umanistici piuttosto che STEM, in quanto frutto di un pregiudizio inconscio. Questo è il motivo per cui la formazione STEM per le bambine e’ una delle undici azioni sviluppate dalla Commissione europea nell’ambito del piano d’azione sull’educazione digitale nelle scuole.

Un progetto italiano che si inserisce in questo quadro di sensibilizzazione e di indirizzo delle ragazze agli studi STEM è il Progetto NERD? (Non È Roba per Donne?) della Fondazione IBM, coordinato da Floriana Filomena Ferrara, Direttore della Fondazione IBM, di cui abbiamo avuto modo di parlare in questo blog. Il Progetto NERD?, nato da una collaborazione fra IBM Italia e il Dipartimento di Informatica dell’Università la Sapienza di Roma, si propone di diffondere la passione per l’informatica tra le giovani studentesse al fine di orientare le loro scelte universitarie. Il progetto, animato dalle volontarie IBM molte delle quali WIT (Women in Technology), si prefigge di mostrare come l‘informatica sia una disciplina creativa, interdisciplinare, sociale, e basata sul problem solving, attività nella quale le donne eccellono. Dal 2013 ad oggi, questo progetto è stato portato in oltre 500 scuole italiane, coinvolgendo circa 10.000 studentesse.

3) Promuovere l’imprenditorialità digitale tra le donne

Dotare le ragazze e le giovani donne di competenze digitali non è di per sé sufficiente. Dobbiamo aiutare le donne a fare quel salto nelle carriere digitali incoraggiandole a diventare imprenditrici digitali.

Ad oggi solo il 23% degli startupper europei sono donne (13% in Italia) e questo dato non è legato soltanto alla mancanza di competenze. I dati mostrano infatti, che tra le donne con la formazione adeguata e con qualifiche ICT, solo il 25% ricopre posti di lavoro nel settore digitale (rispetto al 53% dei laureati maschi).

Un’importante iniziativa europea è WeHubs, che riunisce organizzazioni che promuovono l’imprenditoria femminile nel settore digitale di tutta Europa. L’obiettivo è di diventare una comunità europea di organizzazioni di supporto alle imprese che offrono o sono interessate ad offrire servizi dedicati alle donne imprenditrici del web. E’ un punto di riferimento per le donne che vogliono iniziare, gestire e fare crescere un’azienda.

In Italia GammaDonna è il punto di riferimento per le imprenditrici innovative. Dal 2004 infatti, questa associazione senza fini di lucro promuove iniziative di nuova imprenditorialità e di innovazione nel campo dell’ integrazione di genere e generazionale nel mondo del lavoro. Con il ruolo di osservatorio qualificato, è diventata negli anni un polo di networking e di talent scout di startup e imprenditrici, che si sono successivamente affermate nel panorama innovativo italiano ed europeo.

In conclusione possiamo dire che il digitale rappresenta una grande opportunità per le donne, in quanto è un ottimo livellatore che consente di colmare i gap che ancora esistono nella nostra società. Il digitale può essere democratico e meritocratico se ogni parte sociale avrà un ruolo proattivo nel settore ICT. E’ quindi fondamentale che le donne non perdano l’opportunità di diventare imprenditrici e leader digitali di domani oltre all’opportunità di accedere ai lavori di alta qualità e meglio retribuiti sul mercato, per mancanza di competenze o di consapevolezza dovuta ai pregiudizi incosci. Serve agire subito, sia a livello privato che pubblico, con programmi di formazione, mentoring, finanziamenti al lavoro e all’imprenditorialità femminile se non vogliamo perdere la competizione globale delle competenze digitali.