Identità digitali e identità reali: un patto

Il tema della comunicazione sta assumendo una dimensione sempre più rilevante. In ogni luogo si sente parlare, si scrive, si cerca, si insegna la “comunicazione”. Dal mondo della scuola, al turismo, al lavoro, alla politica pare che la comunicazione di contenuti, la presentazione di concetti e prospettive sia l’essenza stessa di ciò che si vuole rappresentare.
Senza entrare in digressioni filosofiche che non mi competono, a volte il contenitore e’ più importante del contenuto, la forma della sostanza. Direi che il confine tra ciò che appare e ciò che è, diventa sempre più labile e difficilmente distinguibile.
Ad ogni modo e’ inconfutabile che il mondo della comunicazione ha subito un tale cambiamento, che definirlo radicale e’ un eufemismo. Senza voler ripercorrere questa evoluzione, operazione peraltro piuttosto complicata nonché noiosa, vorrei arrivare al protagonismo raggiunto dai social media ogni qualvolta si parli di Comunicazione.
Perché se è vero che attraverso il body language passa gran parte di un messaggio in un normale processo di comunicazione, e’ anche vero che oggi l’uso dei social media ha invaso le nostre vite: una vera e propria invasione digitale.
Basti pensare a Twitter, Facebook, Instangram, la messaggistica istantanea come messanger, Skype, all’uso che ne facciamo quotidianamente per motivi personali e/o professionali.
Attraverso i social, volenti o nolenti, comunichiamo la nostra identità. Non si può barare, perché prima o poi ti smentirai. E sarebbe un “epic fail” travolgente.
Quindi meglio optare per la trasparenza e l’onesta’ (non dirò intellettuale perché mi fa sempre un po’ ridere).
Penso anche alle responsabilità che abbiamo ogni volta che comunichiamo con chi ci segue: una responsabilità di veridicità, quanto meno di “buona fede”. Si badi bene che questo non ci scagiona da eventuali “scivoloni” di stile o contenuto. Però è una dichiarazione di onesta’, un patto di schiettezza verso chiunque capiti nei nostri profili o nei nostri blog.
Questo e’ un tema del quale si stanno occupando anche sociologi e psicologi.
In particolare, un sociologo di origine belga, Derrick De Kerckhove, docente presso l’università di Napoli, afferma che “la nostra identità digitale è parte di noi. Forse sarebbe consigliabile cambiare le nostre aspettative, accettare consapevolmente di essere ‘trasparenti’. Invece di lamentarsi sarebbe bene cambiare mentalità e imparare a usare i mezzi che abbiamo a disposizione”.
Continua affermando “i sentimenti e le emozioni sono alla base della sopravvivenza della nostra identità digitale. Senza emozioni, l’intero sistema crollerebbe”.
Questo e’ l’essenza a mio avviso della comunicazione, in particolare sui social.
E le nuove forme di espressione che stanno nascendo, da Twitter ai blog, sono il frutto di un desiderio e bisogno di condivisione. Il professore belga afferma a tal proposito: “Siamo di fronte a una cultura di creazione che è allo stesso livello di quello della letteratura classica: inventare cose che sorprendono, creano emozione, desiderio di condividere”.

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